domenica 18 maggio 2008

I complessi secondo la psicologia

La parola complesso è entrata nell'uso corrente. "Quel tizio è complessato", "Quel tuo collega soffre di un complesso di inferiorità". Queste osservazioni ci sembrano del tutto normali.
Complesso in origine significa insieme. A Carl Gustav Jung, uno dei padri della psicanalisi, dobbiamo il primo utilizzo di questa parola in senso psicologico.
Guardiamo un cielo stellato. — dice Jung — Alcune stelle si raggruppano le une vicino alle altre: esse formano delle immagini che ricordano una figura umana o un animale. A questi gruppi di stelle diamo il nome di costellazione.
Pensiamo ora alla nostra vita: vi sono delle persone che occupano un posto di primo piano. Da una parte sentimenti di affetto e gratitudine saranno riservati alla famiglia; l'amore per il partner occuperà a sua volta uno spazio importante e anche per gli amici avremo sentimenti di stima e tenerezza. I nostri sentimenti sembrano dividersi in molte costellazioni.
Che cosa accade, tuttavia, se un gruppo troppo grande di emozioni si concentra intorno a un'unica persona? Per il bambino molto piccolo la mamma è il centro del mondo: egli nutre per lei un amore esclusivo. Quando invece è un adulto a fare della madre il perno della propria vita, che cosa capita? Si parla allora di complesso materno.
Non sempre è una persona a dominare l'esistenza di un complessato. Molto più spesso si tratta di un'idea, di una convinzione o di una paura. Alcuni soggetti sono persuasi di essere in una condizione di inferiorità rispetto ai propri simili. Altri sono divorati dalla brama di potere. Altri ancora, per paura di crescere, rimangono per sempre, dal punto di vista psicologico, bambini.
Per comprendere ancora meglio il ruolo che un complesso può assumere nella vita di una persona, pensiamo di aver indossato un mattino una candida camicia nuova. Il motivo della nostra eleganza è che ci attende un importante appuntamento di lavoro. Per darci la carica giusta, entriamo in un bar a bere un caffè e ci ritroviamo una bella macchia proprio sulla camicia nuova. Non è una grande macchia, ma è comunque visibile a chi ci sieda di fronte e ci osservi con attenzione. Da quel momento è sulla macchia che si concentra tutta la nostra preoccupazione: non importano più la nostra abilità o lo scrupolo con cui ci siamo preparati all'appuntamento. È la macchia ormai la protagonista: come nasconderla e che cosa penserà il nostro interlocutore? Sono questi i pensieri che occupano la nostra mente. Allo stesso modo il complesso ruba tutte le energie alla sua vittima, tutte le migliori intenzioni e le buone qualità spariscono di fronte ad esso. Ma come si manifesta la presenza di un complesso? Essa si evidenzia, di solito, tramite quelli che in psicologia sono chiamati sintomi. Si tratta di comportamenti o atteggiamenti particolari: è facile che una persona molto insicura, incapace di stabilire rapporti sociali e che tenda a scusarsi in continuazione soffra di un complesso di inferiorità. D'altro canto anche un atteggiamento molto aggressivo e prepotente può indicare un senso di inferiorità che l'individuo nasconde dietro un complesso di superiorità. Sintomi e complessi diversi hanno spesso all'origine le medesime radici.

Come in ogni buon giallo che si rispetti, anche quando si parla di complessi ci sono un colpevole, dei complici e una vittima.

Il colpevole:
il complesso, inutile dirlo, è il colpevole. Vi sono diversi livelli di gravità: esso può manifestarsi durante l'infanzia e poi scomparire nell'età adulta. Un esempio sono i complessi causati nei bambini da alcuni difetti fisici: una erre moscia o una balbuzie possono creare un senso di inferiorità superabile nel corso degli anni. A volte il complesso riguarda un solo settore nella vita di una persona, come i rapporti con l'altro sesso, ma può anche avere conseguenze tali da modificare del tutto l'esistenza di un individuo. In questi casi esso ha un effetto bloccante: il complessato non riesce ad agire come vorrebbe. Ogni suo atteggiamento è causato dal complesso. Ogni comportamento è sintomo del complesso.

I complici:
possono essere alcuni difetti fisici: lo scherno da parte dei coetanei - i bambini talvolta sono molto crudeli - può paralizzare dal punto di vista psicologico un bambino. Una piccola imperfezione diventa allora una gabbia gigantesca. Questo è vero soprattutto se il bimbo non ottiene aiuto da parte della famiglia: in questo caso complici sono anche i genitori. Una situazione familiare svantaggiata infatti può
causare seri problemi psicologici e i complessi che ne derivano influenzano anche la vita adulta. Un bambino troppo viziato può risentire di un complesso di inferiorità, ma lo stesso complesso può colpire anche un bambino trascurato.
La psicanalisi ha avuto il grande merito di sottolineare la fondamentale importanza dei primi anni di vita del bambino per l'evoluzione della sua personalità futura. La situazione familiare serve spesso da modello al bambino per la sua vita successiva. La madre e il padre sono il primo esempio di figura femminile e maschile, i rapporti tra di loro e l'atteggiamento verso il bambino stesso gli indicano come potrà costruire i rapporti con gli altri. Un atteggiamento appropriato da parte dei genitori può aiutare il bambino a superare le prime, inevitabili difficoltà psicologiche, uno sbagliato può aggravarle: i piccoli complessi dell'infanzia si trasformano allora in ostacoli insuperabili.


La vittima:
il complessato è un tipo: egli si fa sempre notare anche quando non vorrebbe.
Per questo ha alimentato la fantasia di scrittori e poeti. Molti complessi devono infatti il loro nome a personaggi delle fiabe o della mitologia: tra questi non mancano Peter Pan, Cenerentola, Don Giovanni e Biancaneve.
Ma molti si chiederanno che rapporto esiste tra complessi e favole. Il mondo dei bambini ha ben poco a che fare con quello degli adulti e ancor meno con la psicologia. In realtà, le fiabe hanno una funzione importante: aiutano il bambino a comprendersi meglio, presentandogli problemi universali che fanno parte di ogni società e insegnandogli che nella vita vi sono delle difficoltà che vanno affrontate. I personaggi sono molto ben caratterizzati e privi di sfumature: sono insomma dei tipi proprio come il nostro complessato. Vi è il buono o il cattivo, il brutto o il bello, il pigro o il laborioso, il generoso o l'avaro: non vi è la complessità che conosciamo nella vita reale, ma si passa da un estremo all'altro senza vie di mezzo.
Non sorprende allora il motivo per cui la psicologia abbia fatto ricorso al mondo delle fiabe per descrivere il complessato.
Anch'egli sembra muoversi secondo percorsi fissi e ben prevedibili. La sua vita appare dominata da qualcosa di esterno che lo spinge a concentrare i suoi sforzi in un'unica direzione. È indifferente alla complessità della vita, e sembra accostarsi alle diverse situazioni con lo stesso rigido atteggiamento: non si adatta agli altri, ma aspetta che siano gli altri ad adeguarsi a lui e agli obiettivi che intende in ogni caso raggiungere: per il Don Giovanni lo scopo sarà la conquista delle donne, per Peter Pan il desiderio di rimanere un eterno bambino. Il complessato sembra allora prigioniero di un cliché: immutabile nel tempo, sempre uguale a se stesso, agisce con costanza secondo i medesimi schemi.

(Bibliografia: Daniela Tosi; "Complessi, da Edipo a Biancaneve"; BIESSE)

 

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